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La paternità secondo Teresa di Gesù

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COD: 706325 Categoria:

Descrizione

Ripercorrere la vita di Teresa di Gesù in riferimento

alla relazione con la figura paterna presuppone

l’implicazione dell’autorità, la Legge, la Parola, la

verità originaria, la strutturazione del desiderio.

Dopo la fuga dalla casa paterna e una fase di annichilazione,

di buio di un’identità frammentata, Teresa

muove i primi passi sotto la guida di un padre,

del suo “vero padre san Giuseppe”. In san Giuseppe,

discendente di Davide, che non rinnega la sua origine,

ma la riceve nella forma di una negazione di

se stesso, di una radicale obbedienza non al mondo,

ma all’Altro amato, l’articolo intravvede un’icona di

padre libero proprio perché profondamente obbediente,

capace dunque di trasmettere al figlio la propria

eredità, insinuando invece, nel caso particolare di

Teresa, il “lavoro” di trasmissione che ella ha dovuto

compiere da sola.

 

Benché non si tratti certamente di un tema secondario,

e nonostante l’oceanica bibliografia su santa

Teresa, ho l’impressione che il tema della paternità

finora non sia stato studiato in modo sufficientemente

ampio e approfondito (per non dire sistematico). Oggi

probabilmente sentiamo più urgente l’esigenza di interrogarci

sulla paternità, perché – almeno nel nostro mondo occidentale

– è una dimensione messa in discussione dai recenti cambiamenti

culturali e sociali. Già alla fine degli anni Sessanta

Lacan definiva il nostro tempo come l’epoca della “evaporazione

del padre”1. Un suo discepolo italiano parla del “complesso

di Telemaco”, quasi come contrapposto al “complesso

di Edipo”, dal momento che il padre, invece di essere visto

come temibile rivale, è piuttosto atteso come l’unica speranza

di riportare la Parola, e con essa l’ordine e la giustizia nella

patria invasa da prepotenti e usurpatori2. Insomma, dopo le

lotte degli anni Sessanta-Settanta contro la società e la famiglia

autoritaria, oggi si riflette sempre di più sui rischi di una

“società senza padre”. La vagheggiata società “fratriarcale” si è

rivelata in realtà ancora più problematica di quella patriarcale,

essendo dominata da una competitività orizzontale esasperata

tipica dei fratelli dove «il conflitto principale non è caratterizzato

dalla rivalità edipica, che contende al padre i privilegi del

potere e della libertà, ma dall’invidia fraterna verso il vicino,

il concorrente che ha avuto di più»3. La logica conclusione di

tale processo storico è che, piuttosto che cestinare il ruolo e la

figura del padre, è necessario ripensarli in una forma nuova,

più adeguata ai mutamenti culturali e antropologici del nostro

tempo.

Indubbiamente, il discorso sul padre non riguarda solo la

famiglia, ma ogni forma di comunità, non esclusa ovviamente

la comunità religiosa. Sappiamo quanto problematico sia diventato

l’esercizio della paternità sia in quanto superiori (o formatori)

nella vita religiosa, sia in quanto ministri ordinati nella più

ampia comunità ecclesiale. Pertanto, non possiamo far finta di

ignorare la complessa problematica antropologica, sociologica

e psicologica che si addensa intorno al tema della paternità, se

non vogliamo limitarci a ripetere pacificanti stereotipi.

Ma il discorso si fa ancora più radicale, se pensiamo che

anche il modo di concepire Dio e la relazione dell’uomo con

Lui sono strettamente collegati a una certa idea di paternità.

Perdita del padre e perdita di Dio sono esperienze collegate.

Com’è possibile pregare o quale Dio si può pregare in assenza

del Padre, quando – come diceva Jean Paul Richter – «ogni Io

è padre e creatore di se medesimo»? L’inevitabile conclusione

è che «noi siamo tutti orfani» e – secondo questo incunabolo

settecentesco del nichilismo contemporaneo – è Cristo stesso

che la trae di fronte alla vuota immensità, in cui non c’è nessun

«petto paterno» su cui appoggiare il capo per riposare4. Tutto

ciò, peraltro, non coincide sic et simpliciter con l’ateismo, quanto

con una problematizzazione dell’immagine tradizionale di Dio

e della relazione con Lui (ciò che si potrebbe definire un superamento

del teismo, ma questo è un altro discorso).

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