Descrizione
Ripercorrere la vita di Teresa di Gesù in riferimento
alla relazione con la figura paterna presuppone
l’implicazione dell’autorità, la Legge, la Parola, la
verità originaria, la strutturazione del desiderio.
Dopo la fuga dalla casa paterna e una fase di annichilazione,
di buio di un’identità frammentata, Teresa
muove i primi passi sotto la guida di un padre,
del suo “vero padre san Giuseppe”. In san Giuseppe,
discendente di Davide, che non rinnega la sua origine,
ma la riceve nella forma di una negazione di
se stesso, di una radicale obbedienza non al mondo,
ma all’Altro amato, l’articolo intravvede un’icona di
padre libero proprio perché profondamente obbediente,
capace dunque di trasmettere al figlio la propria
eredità, insinuando invece, nel caso particolare di
Teresa, il “lavoro” di trasmissione che ella ha dovuto
compiere da sola.
Benché non si tratti certamente di un tema secondario,
e nonostante l’oceanica bibliografia su santa
Teresa, ho l’impressione che il tema della paternità
finora non sia stato studiato in modo sufficientemente
ampio e approfondito (per non dire sistematico). Oggi
probabilmente sentiamo più urgente l’esigenza di interrogarci
sulla paternità, perché – almeno nel nostro mondo occidentale
– è una dimensione messa in discussione dai recenti cambiamenti
culturali e sociali. Già alla fine degli anni Sessanta
Lacan definiva il nostro tempo come l’epoca della “evaporazione
del padre”1. Un suo discepolo italiano parla del “complesso
di Telemaco”, quasi come contrapposto al “complesso
di Edipo”, dal momento che il padre, invece di essere visto
come temibile rivale, è piuttosto atteso come l’unica speranza
di riportare la Parola, e con essa l’ordine e la giustizia nella
patria invasa da prepotenti e usurpatori2. Insomma, dopo le
lotte degli anni Sessanta-Settanta contro la società e la famiglia
autoritaria, oggi si riflette sempre di più sui rischi di una
“società senza padre”. La vagheggiata società “fratriarcale” si è
rivelata in realtà ancora più problematica di quella patriarcale,
essendo dominata da una competitività orizzontale esasperata
tipica dei fratelli dove «il conflitto principale non è caratterizzato
dalla rivalità edipica, che contende al padre i privilegi del
potere e della libertà, ma dall’invidia fraterna verso il vicino,
il concorrente che ha avuto di più»3. La logica conclusione di
tale processo storico è che, piuttosto che cestinare il ruolo e la
figura del padre, è necessario ripensarli in una forma nuova,
più adeguata ai mutamenti culturali e antropologici del nostro
tempo.
Indubbiamente, il discorso sul padre non riguarda solo la
famiglia, ma ogni forma di comunità, non esclusa ovviamente
la comunità religiosa. Sappiamo quanto problematico sia diventato
l’esercizio della paternità sia in quanto superiori (o formatori)
nella vita religiosa, sia in quanto ministri ordinati nella più
ampia comunità ecclesiale. Pertanto, non possiamo far finta di
ignorare la complessa problematica antropologica, sociologica
e psicologica che si addensa intorno al tema della paternità, se
non vogliamo limitarci a ripetere pacificanti stereotipi.
Ma il discorso si fa ancora più radicale, se pensiamo che
anche il modo di concepire Dio e la relazione dell’uomo con
Lui sono strettamente collegati a una certa idea di paternità.
Perdita del padre e perdita di Dio sono esperienze collegate.
Com’è possibile pregare o quale Dio si può pregare in assenza
del Padre, quando – come diceva Jean Paul Richter – «ogni Io
è padre e creatore di se medesimo»? L’inevitabile conclusione
è che «noi siamo tutti orfani» e – secondo questo incunabolo
settecentesco del nichilismo contemporaneo – è Cristo stesso
che la trae di fronte alla vuota immensità, in cui non c’è nessun
«petto paterno» su cui appoggiare il capo per riposare4. Tutto
ciò, peraltro, non coincide sic et simpliciter con l’ateismo, quanto
con una problematizzazione dell’immagine tradizionale di Dio
e della relazione con Lui (ciò che si potrebbe definire un superamento
del teismo, ma questo è un altro discorso).
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