Descrizione
Nel proposito di enucleare il fondamento antropologico della nostra
esperienza dell’arte, Gadamer si volge a tematizzare i concetti di gioco,
simbolo e festa. Vediamo, in particolare, che cosa ci dice in riferimento a
quest’ultima.
Innanzi tutto, rispetto al lavoro che «ci separa e ci divide», agli scopi
pratici che ci isolano e ci singolarizzano, la festa è, invece, «sempre di tutti
», nel senso che è proprio la «comunanza», ossia il riunirsi insieme per
celebrare qualcosa, il suo modo d’essere più compiuto.
Mi sembra […] che il festeggiare sia caratterizzato dal fatto che rappresenti
qualcosa soltanto per coloro che vi partecipano. Questa partecipazione poi mi
sembra essere un tipo di presenza del tutto particolare1.
Gadamer, in un altro suo testo, la chiama anche «presenza eminente» o
«assoluta»2, precisando che ad essa «appartiene essenzialmente il fatto di
ripetersi»3: una ripetizione, però, in cui l’originale non si reduplica semplicemente,
ma ritorna a rivivere integralmente.
Ogni culto è in verità creazione4.
Ne viene che, dal preciso momento della sua istituzione, la festa sarà
sempre «celebrata regolarmente», per cui essa presenta sì un profi lo di unicità e
di irripetibilità, ma che propriamente è tale «solo in quanto è sempre
diversa». Una qualità, questa, che ne fa un qualcosa che «ha il suo essere
nel divenire» e che reca, perciò, il contrassegno di una temporalità «più radicale
di tutto quanto appartiene alla storia»5.
Alla festa è, inoltre, consustanziale non solo il discorso, in una forma
che si fa carico di commemorare la sua solennità, ma anche, e soprattutto,
il silenzio: silenzio che si propaga facendo leva proprio sulla struttura partecipativa
che la contraddistingue. In defi nitiva, l’essenza della festa non è
data da un essere-insieme puro e semplice, ma dal fatto che i convenuti si
trovano riuniti nel segno di un’«intenzione» che è, appunto, ciò che impedisce
loro di «disperdersi in esperienze vissute singolarmente»6. Al riguardo,
può valere il paragone tra la festa e il fenomeno della tragedia greca, come
evento sociale che, coinvolgendo tutti i cittadini, forniva ad essi l’occasione
per rinsaldare il loro vincolo di appartenenza comunitaria7.
A proposito dell’«intenzione», appena menzionata, Gadamer ne parla
anche come di uno «scopo verso il quale si va», nel senso, però, che «non
bisogna prima andare verso qualcosa per poi arrivarvi», ma dove tale «scopo
» ci sta sempre davanti come presente, in ogni momento e fi n dall’inizio.
Ne discende che il rapporto che la festa intrattiene con il tempo sta
nel fatto non tanto che si trova inserita in un ordine cronologico, quanto
che quest’ultimo si dà solo nel segno dell’evento di cui essa celebra
il ricorso8.
Gadamer ne può concludere, così, che due sono le esperienze del tempo
di cui l’uomo dispone. Da un lato, l’esperienza pratica del tempo, dove
quest’ultimo si confi gura come un vuoto che deve essere riempito con qualcosa,
dall’altro, l’esperienza del tempo pieno o proprio: del tempo che …





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