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Dalla fattualità all‘essenzialità. Il realismo fenomenologico come garante dell‘irriducibilità della persona alla corporeità

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Descrizione

Intervenendo attivamente nel dibattito filosofico contemporaneo, caratterizzato dal rinnovato interesse verso il realismo, Angela Ales Bello con il suo recente contributo Il senso delle cose. Per un realismo fenomenologico1 non solo offre una sapiente guida per orientarsi nella storica controversia tra l’idealismo e il realismo – questione sollevata nei primi decenni del secolo dai discepoli di Husserl, tra le più discusse all’interno della filosofia contemporanea, che continua a interrogarci a tutto’oggi – ma presenta, al tempo stesso, un’originale interpretazione del cosiddetto idealismo trascendentale di matrice husserliana2. Attraverso un’analisi dettagliata dei testi husserliani – alcuni dei quali pressoché sconosciuti al pubblico – l’Autrice, infatti, mostra la possibilità di rovesciare l’idealismo husserliano in un vero e proprio realismo fenomenologico. È un percorso di chiarificazione costante in cui ella ricostruisce la genesi del pensiero husserliano, e perciò la portata della svolta fenomenologica, e insieme ha cura di individuare i limiti filosofici3 che discendono dall’assolutizzazione del realismo ingenuo – realismo invocato talvolta come soluzione per porre rimedio a un idealismo acritico.

 

Allo stesso tempo, Ales Bello mitiga sapientemente quella contrapposizione netta tra idealismo e realismo, nella convinzione, tutta husserliana, che soggetto e oggetto debbano essere intesi non solo «come momenti iniziali della riflessione filosofica, ma come luoghi di scoperta della verità»4, a sua volta considerata come l’esito di una necessaria interdipendenza che non pacifica mai definitivamente gli opposti. Tale interdipendenza si mostra in modo paradigmatico nel processo della conoscenza umana, riesaminato da Husserl alla luce dello immer wieder, alla base del quale si staglierebbe un’unità-indistinzione tra soggetto e oggetto, non intesi quali datità preesistenti l’uno all’altro, ma quali elementi che si relazionano intrinsecamente e originariamente nel triplice dinamismo del ‘rimuovere, conservare ed elevare’, secondo la peculiare visione dell’Aufhebung5. Si tratterebbe, insomma, «[…] di cogliere il senso di tale correlazione, di comprenderne la genesi e non di muovere dalla correlazione già costituita» interessandosi al risultato, senza cogliere il processo che ha condotto ad esso, come sarebbe avvenuto nella storia della filosofia6.

 

Spostando, dunque, l’asse della questione dal terreno metafisico-sostanziale a quello gnoseologico-processuale, l’Autrice indaga con dovizia di riferimenti testuali il nodo husserliano del rapporto tra idealismo e realismo e, in tal senso, ripercorre l’antica e sempre attuale domanda sui limiti e le possibilità della conoscenza umana. Tale tematica (essenzialmente proposta da Cartesio nel Discorso sul metodo e ripresa da Kant nella Critica della ragion pura), pur essendo stata posta con chiarezza soltanto a partire dall’età

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