Descrizione
Introduduzione
Nel mio lavoro di ricerca, seguendo il metodo storico analitico, ho interrogato dapprima le fonti edite (libri, diari conciliari, articoli sull’argomento), e poi quelle inedite: presso l’Arca-Archives du monde catholique (Université catholique de Louvain, in Belgio) si trova il fondo relativo a Philippe Delhaye e la Commission Théologique Internationale; presso la Biblioteca della medesima Università sono gli Archives de Gérard Philips (FPh); e infine l’Archivio Segreto Vaticano.
Dopo un breve excursus sulla sua vita, si cercherà di analizzarne il contributo alla teologia pre-, durante e post-conciliare, tracciando anche un breve sguardo sulle sue considerazioni sull’enciclica Humanae vitae1 e sul suo ruolo di Segretario Generale della Commissione Teologica Internazionale dal 1972 al 1990, anno della sua morte.
Nato a Namur il 17 febbraio 1912, licenziato in filosofia presso l’Università di Lovanio nel 1933, ottenne la licenza in teologia nel 1937, anno della sua ordinazione sacerdotale, presso l’Università Gregoriana di Roma. Presentò la sua tesi di dottorato in filosofia a Lovanio nel 1940; nel 1951 divenne dottore in teologia all’Istituto Cattolico di Lille, dove insegnava dal 1945.
Delhaye tentò di ricercare i fondamenti scritturistici della teologia morale, come mostrano i suoi studi apparsi nella rivista «Esprit et Vie», con la quale iniziò a collaborare già dal 1957. Tale intenzione accademica era già stata
da lui esposta nel primo periodo del suo insegnamento a Lille, in occasione di un articolo pubblicato nel 1953 nella «Revue des Sciences religieuses», intitolato La théologie morale d’hier et d’aujourd’hui2. Non temette di essere denunciato al Sant’Uffizio come corruttore della teologia classica, «comme un des représentants de la morale nouvelle, le situationisme»3. Non venne, infatti, mai condannato. Tra il 1959 e il 1966 si divise tra Lione e Montréal come docente di teologia morale. Nello stesso tempo partecipò attivamente alla preparazione e, in seguito, ai lavori del concilio Vaticano II; egli apparteneva alla cosiddetta “squadra belga”, la quale fu molto importante per gli orientamenti dottrinali di alcuni testi conciliari.
Fondata sulla Scrittura, sulla Tradizione della Chiesa, e soprattutto sugli autori della Scolastica come Tommaso d’Aquino, la ricerca teologica di Delhaye era abitata da una doppia preoccupazione: una volontà di articolare l’antico e il nuovo nella disciplina morale e l’attenzione permanente alla profonda unità della scienza teologica. La teologia morale era da considerare una disciplina teologica, per lo studioso belga, come le altre. La distinzione tra le diverse materie teologiche (diritto canonico, dogma, morale, spiritualità…) aveva condotto, infatti, alla separazione dell’agire cristiano che non poteva limitarsi ad un dominio teologico particolare. Le separazioni che hanno potuto condurre a delle opposizioni teologiche sono per lui rivelatrici della difficoltà della morale: lassismo da una parte, rigorismo dall’altra. Come la vita umana è una vita complessa e unificata (questa unità si traduce tradizionalmente nell’unione dell’anima e del corpo), così sarebbe stato difficile ridurre l’approccio a un solo dominio, giuridico o canonistico, per esempio, senza che l’approccio non divenisse inesatto. La prossimità del diritto e della morale ebbe certamente un effetto positivo, quanto almeno allo svilupparsi dell’interesse suscitato per la morale riguardo le basi del diritto. Una conseguenza del dibattito fu anche la difficoltà di classificare la virtù della carità nelle categorie giuridiche. Delhaye, guidato da una prospettiva globale della teologia morale, rilevava il posto principale e primordiale dell’amore al cuore della morale, non come un’isola, ma come una sorgente di una vita cristiana autentica.
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