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Identità, multiculturalismo, società civile. Intervista a Charles Taylor

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Descrizione

D’Oliveira: Professor Taylor, lei è stato identificato come un pensatore della pluralità2. Durante il corso di più di tre decenni lei ha, per così dire, rivisitato le sorgenti culturali e filosofiche che nutrono il senso e il valore che noi attribuiamo alle nostre vite collettive ed individuali. Quanto a noi, abbiamo avuto l’occasione di studiare, sebbene in forma limitata, il suo pensiero e di percorrere la maggior parte delle osservazioni dei suoi critici. La sua posizione filosofica è stata, dunque, qualificata come multiculturalismo e, sul piano politico, lei si sarebbe collocato nella corrente del comunitarismo. Può riprendere qui per noi la sua reale posizione sul modo nel quale lei pone il problema della pluralità in generale e del multiculturalismo in particolare? Inoltre, quali sarebbero i vantaggi e gli inconvenienti della sua posizione sul multiculturalismo di fronte all’etica e all’antropologia, in rapporto alla buona concezione della democrazia e ai problemi dell’integrazione delle differenti culture e delle minoranze culturali? In una parola, può presentare di nuovo il suo pensiero a grandi linee, tenendo anche conto delle diverse critiche a suo riguardo?

 

Taylor: Dobbiamo partire dal principio: noi siamo inseriti nel contesto dei paesi democratici contemporanei. Nei paesi detti di antica democrazia e in quelli non ancora democratici il problema della pluralità viene abbordato in modo completamente diverso. Prendiamo come esempio i grandi imperi come il regno ottomano o l’impero britannico in India. Senza la democrazia, si tratta solo di dare a ciascuna comunità, ad ogni ambito, la possibilità di gestire la sua etica, la sua cultura, il suo codice matrimoniale, ecc. Non è questione di democrazia nel senso che l’intero popolo deve decidere delle questioni fondamentali. È l’Impero che decide tali cose. All’interno di tale sistema vi si dà una certa autonomia in quanto si è cristiani, oppure musulmani o altro. Quando si vive in un contesto democratico, le regole sono basate su certi presupposti, come l’uguaglianza fondamentale dei suoi componenti. Il problema allora è che anche la stessa democrazia spinge sovente verso situazioni di ineguaglianza o di esclusione. Un vero paradosso! Ma perché? Perché la democrazia ha bisogno di una forte coesione per funzionare. In Canada, per esempio, vige un sistema di perequazione nel quale c’è una redistribuzione delle risorse tra le regioni ricche e quelle povere. Io sono in una regione che si colloca un po’ tra le due: il Quebec. Ma se io fossi nell’Ontario, come potrei reagire a questa forma di solidarietà? Bisogna aiutare? Non bisogna aiutare? E la gente risponde: siete tutti canadesi, siete tenuti a una certa solidarietà. La gente deve poter rispondere a questa sollecitazione in modo positivo. La democrazia non cammina se c’è un interesse inferiore da parte del governo per alcune persone piuttosto che per altre. Mentre nell’Impero le cose funzionano molto bene per il fatto che tutti comprendono che l’interesse primario

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