Descrizione
Come molti soldati italiani, anche Aldo Valerio Cacco dopo l’8 settembre 1943 rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò. Venne deportato in Germania, prima nel Lager Fürstenberg am Oder poi a Mittelbau-Dora (1943-1945). Molti soldati trovarono la morte per le terribili condizioni di prigionia, altri si inventarono mille modi per restare in vita: Aldo Valerio Cacco suonava il clarinetto. Al momento della cattura aveva solo diciannove anni e teneva sottobraccio il suo strumento musicale: fu la sua «risorsa» che gli permise di sopravvivere alla terribile esperienza dei Lager nazisti. Queste pagine raccolgono il suo intenso e struggente diario scritto durante la prigionia, insieme a un puntuale e dettagliato commento storico sugli IMI (Internati Militari Italiani), per comprendere ciò che la storiografia italiana ha dimenticato a lungo.
PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE
Sono sostanzialmente quattro le ragioni che giustificano la presente edizione rivista e ampliata rispetto a quella del 2009.
La prima. Se i testi relativi al Diario sono rimasti gli stessi, nel raccontare la sua odissea di deportato in molte città italiane sono emersi, dalla memoria di Aldo Valerio Cacco, ricordi, sfumature e approfondimenti inediti che arricchiscono e integrano il suo vissuto di deportato.
La seconda. Nella prima edizione, l’eccidio di Guben era appena accennato. Il libro è stato letto da una donna che porta il nome di un’ebrea eliminata nei pressi del Lager. Al momento della nascita il padre, internato a Fúrstenberg, scelse volutamente il nome ebraico Myriam per ricordarne la memoria. I nuovi elementi acquisiti, anche di parte tedesca, confermano nei dettagli la brutalità dell’esecuzione operata dai nazisti.
La terza. Alla presente edizione sono stati aggiunti altri capitoli – gli ultimi due – che mettono in evidenza l’impatto del clarinetto in chi ha potuto ascoltare le sue note musicali unite alla testimonianza di Valerio Cacco. Nei teatri e nelle scuole lo strumento commuove e regala emozioni stemperate soltanto dagli applausi.
La quarta. La notorietà del nostro testimone è cresciuta, ma l’uomo è rimasto lo stesso. Fra i tanti encomi riscossi, quello del presidente Giorgio Napolitano che nel frattempo lo ha insignito del titolo di «Cavaliere della Repubblica» e gli ha riconosciuto la Medaglia d’onore di prigioniero IMI internato in Germania. Superati i novant’anni, Cacco continua a suonare il suo «piffero» facendo riflettere studenti e adulti avidi di sapere, conoscere e sentire da vicino la sua parola.
In questi cinque anni numerose sono state le testimonianze di persone che hanno voluto conoscere da vicino il Valerio. Una fra le tante ci sembra possa costituire una sintesi efficace: «Avevo due motivazioni per leggere questo libro. Una dovuta al fatto che amo questo strumento musicale (e lo sto pure studiando!), l’altra che anche mio padre, ora 89enne, ha vissuto pure lui l’esperienza della deportazione in Germania. Il libro ha risposto alle mie attese; molto ben fatte anche le parti “storiche” che ben descrivono il contesto in cui si svolse la tragica esperienza del Sig. Valerio descritta nel suo diario. L’ho letto tutto d’un fiato e l’ho già dato a mio padre, che lo sta “divorando” e che diverrà sicuramente occasione per ennesimi racconti su quella tragica epoca ormai lontana, la cui memoria è bene tenere quanto più viva possibile per riconoscere ed evitare in tempo tragedie analoghe (Artemio Morani, 22 febbraio 2010)». Sono righe che da sole giustificano questo secondo sforzo editoriale. Alle Edizioni Messaggero Padova il ringraziamento per la lungimiranza e la disponibilità a prestare ancora una volta i tipi che servono a far conoscere quello che disse un giovane studente dopo averlo conosciuto: «Un uomo vero!».
INTRODUZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
Dopo l’8 settembre 1943 molti soldati italiani rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò. Deportati in Germania, molti di loro trovarono la morte per le terribili condizioni di prigionia, altri si inventarono le risorse per sopravvivere. La «risorsa» di Aldo Valerio Cacco fu un clarinetto, che i tedeschi non gli tolsero mai perché anche a loro piaceva sentirlo suonare.
Al momento della deportazione Aldo Cacco, da tutti conosciuto come «Valerio», aveva solo diciannove anni, la musica se la portava già nel sangue per motivi familiari. Riesce a tenere con sé nascosta nel sottofondo dell’astuccio del clarinetto la sua agenda, dove riporta le tappe più salienti della prigionia. Catturato il 9 settembre 1943, farà ritorno in patria l’1 agosto 1945 dopo essere stato «ospite» in due Lager: Fürstenberg am Oder e MittelbauDora, nelle gallerie della morte, a Nordhausen in Turingia.
Il testo racconta due anni di vita di Valerio Cacco «schiavo di Hitler», internato numero 307569, tramite gli appunti di un uomo che scelse di non tradire la propria coscienza per rimanere fedele al giuramento di servire il Re e la Patria. Collaborare con il Terzo Reich o aderire a Salò avrebbe garantito migliori condizioni di vita, ma ben pochi prigionieri accettarono il ricatto, e Cacco fu tra questi assieme a tanti altri.
In queste pagine è possibile ripercorrere inoltre l’odissea degli oltre 600 mila soldati costretti al lavoro forzato nei vari Lager in Germania per sostituire i tedeschi chiamati alle armi nel disperato tentativo di risollevare le sorti ormai segnate del conflitto. Nel giro di poche settimane, i soldati italiani (ritenuti traditori), finirono con l’occupare l’ultimo gradino della gerarchia sociale. Privi di ogni garanzia giuridica e sottoposti a continue minacce e maltrattamenti, i militari italiani combatterono nei campi di concentramento una lunga, rischiosa, dolorosa e snervante battaglia «riportando alla fine una vittoria morale e politica che non ha precedenti nella storia militare».
Nel portare alla luce questo diario-documento mi sono limitato a pochissimi interventi di correzione per rendere comprensibile il testo. Nel suo insieme ho voluto rispettare la sintassi dello scritto – anche se talvolta può sembrare a svantaggio dello stile – perché riflette l’uomo che ancora oggi (per chi lo conosce) così si esprime e comunica, cioè con frasi dal sapore aforistico, ricche di sapienza, secche e immediate, senza interlocuzioni o subordinate. Da queste pagine emerge il valore di una testimonianza che si aggiunge a quella di tanti altri internati. Dopo la liberazione non si vollero ascoltare, e oggi – come ha scritto Tadeusz Borowski sopravvissuto al Lager di Auschwitz – «noi non possiamo permetterci il lusso di dimenticare».
RINGRAZIAMENTI
Ogni ricerca storica non è mai il risultato di una persona sola. Sento pertanto il dovere di ringraziare: la Biblioteca nazionale di Lipsia, il direttore dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea di Cuneo, e altre persone disponibili a chiarire ogni dubbio connesso alla lingua tedesca: la famiglia Kirsch: Walter, Agnes, Ralf; Johannes Wiedenhóver e Manfred Schmitz di Leverkusen. La pubblicazione delle foto del Lager di Fürstenberg sono state possibili grazie al signor Friedrich Veitl responsabile editoriale della casa editrice Metropol Verlag di Berlino al quale indirizzo la mia gratitudine. A Myriam Oggioni un grazie riconoscente per le nuove informazioni acquisite sull’eccidio delle donne ebree di Guben. A «Valerio» l’abbraccio più forte per essersi fidato della mia proposta di pubblicare i suoi Appunti e aver riletto pagine che fanno soffrire perché appartengono a un vissuto fatto di violenza e morte (le note virgolettate sono sue aggiunte).





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