Descrizione
La legittimazione del carisma di Teresa d’Avila passa
attraverso la supervisione da parte dei direttori
spirituali sulla sua esperienza di mistica, fondatrice,
riformatrice. L’accesso alla scrittura è dunque strettamente
dipendente dal controllo. Tuttavia, nonostante
nasca da un obbligo, sarà la stessa scrittura a dar
voce e forma alle esperienze di Teresa facendo emergere
in lei la certezza della loro veridicità e dell’intima
unione con Dio. La scrittura diventa allora testimonianza
del graduale cammino verso la consapevolezza
di sé, creando così una costante tensione tra
l’obbedienza ai superiori, mai messa in discussione, e
la certezza di avere l’unica approvazione che davvero
conta, quella divina.
Introduzione. La decisione della scrittura
Il 27 febbraio 1970 Paolo VI proclamava Dottore della
Chiesa Teresa di Gesù, nata ad Avila, la prima donna cui
è stato conferito un tale riconoscimento. Veniva così definitivamente
e ufficialmente confermata l’universalità e
l’ortodossia della sua dottrina ed esperienza mistica.
Ma il percorso che ha portato Teresa alla canonizzazione
prima (1622), e alla proclamazione a Dottore poi, fino all’acclamazione
come personalità vertice della riforma cattolica, è
stato lungo e tortuoso, costringendo spesso la Santa a trascorrere
la sua esistenza nello strenuo tentativo di difendersi dall’ostilità
di parte di un ambiente circostante che la giudicava inquieta,
vagabonda, disobbediente.
La riabilitazione è infatti avvenuta solo dopo che la sua
esperienza di religiosa, scrittrice, riformatrice, mistica fu controllata,
filtrata, censurata.
È appunto questa necessità di supervisione a spiegare l’accesso
alla scrittura da parte di Teresa, nata da un obbligo e strettamente
dipendente dal controllo su di essa. Rivela infatti l’ansia
e le preoccupazioni dei superiori per questa monaca da molti
giudicata inquieta e pericolosa per le forme potenzialmente incontrollabili
della sua devozione ed esperienza mistica.
Bisogna scavare attentamente nelle esperienze da lei raccontate
e tra le pagine da lei scritte per arrivare a decidere sulla
natura delle emozioni che agitano questa monaca, che tanto fa
parlare di sé. Indagini lunghe e minuziose, inchieste caute e
discrete: a destabilizzare l’istituzione ecclesiastica non è solo la
sua esperienza mistica, ma è anche il ruolo di maestra e guida
per le sue monache, nonché, soprattutto, la sua attività di riformatrice
e di fondatrice.
Controllo, dunque, prima di tutto, sulla sua esperienza
mistica: la ricerca di un legame spirituale più intenso e di un
contatto diretto con Dio appaiono come aspirazioni molto pericolose,
e, se spinte alle estreme conseguenze, potenzialmente
distruttive per la stessa istituzione ecclesiastica.
Controllo, poi, sulla sua attività di maestra d’orazione,
ruolo altrettanto destabilizzante, se esercitato da una donna.
Teresa, una monaca che non conosce il latino, si fa portavoce
di un “suo sapere”, quello lontano, perfino opposto alle certezze
dei teologi, derivante dalla sola esperienza personale, un
sapere “altro”, quasi inciso nell’anima da Dio stesso.
Controllo, infine, sull’attività di fondatrice e riformatrice
del Carmelo: l’aspirazione a una vita cristiana più intimamente
vissuta si trasformerà in azione. In un’epoca in cui qualunque
forma personale di devozione costituisce uno scandalo quasi
inaccettabile, Teresa, una donna, si mostra invece capace di
indicare la strada alla cristianità intera.
È per scongiurare tutti i pericoli che sembra incarnare che
Teresa viene dunque spinta a scrivere ed è il controllo che nasce
da un’imposizione a legittimare l’accesso a un ambito, quello
della scrittura, altrimenti solitamente interdetto alle donne.
Lasciarsi esplorare, esporre la propria esperienza a una
prova di autenticità: la pratica dello scrivere diviene essa stessa
una forma di disciplinamento e auto-disciplinamento.
[…]





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